Fim, fari puntati sulla bonifica

Bonifica Fim, in attesa della conferenza dei servizi che dovrebbe riavviare la bonifica con l’abbattimento e la ricostruzione della vecchia fabbrica di concimi Mauro De Angelis fa la cronistoria della vicenda infinita che, spera, possa chiudersi presto. La fase di stallo non è voluta dalla società proprietaria dell’area, soggetta sempre alle critiche di Legambiente. Attacchi ai quali risponde De Angelis, in società nell’azienda proprietaria dell’area e soggetto attuatore della bonifica. Legambiente, nei giorni scorsi, riprendeva una relazione commissionata dal Tar Marche all’Ingegnere Deodato nel 2002, relativa alla conservazione e al tipo di bonifica: «ritenendola l’unica non di parte – dice De Angelis – mentre di parte, secondo Legambiente, sarebbe la relazione che abbiamo commissionato noi alla Politecnica. Relazione che è al di sopra delle parti in quanto l’ateneo è una istituzione pubblica».

De Angelis continua «Legambiente, chiamando in causa le istituzioni, dimentica che dal 2002 tante istituzioni si sono espresse nel merito dell’argomento. Legambiente dimentica anche quali erano le condizioni strutturali e di conservazione della cattedrale nel 2002, rispetto alle quattro mura inquinate oggi rimaste». L’imprenditore torna al 2005, alla gara indetta dal Comune per il progetto di bonifica. Nel 2007, dopo le indagini e, di concerto con le istituzioni, sovrintendenza compresa, la conferenza dei servizi approvava il progetto che prevedeva di rimuovere il terreno sotto la cattedrale e la sabbiatura delle mura. Avviati i lavori è emerso che le strutture in legno, compresa buona parte del tetto della cattedrale, erano crollate e si rilevò la forte contaminazione delle pareti inquinate e dell’area fino a 3 metri di profondità. Tutto questo Deodato non lo sapeva nel 2002 perché il progetto di bonifica fu approvato nel 2007. Nel 2011 la sovraintendenza autorizzò la demolizione di una parte della struttura. Partirono bonifica e messa in sicurezza «che, da sola, è costata 1,3 milioni e solo questa spesa dovrebbe far comprendere la volontà dell’azienda di procedere alla conservazione» sottolinea De Angelis.

In questa fase le prove di sabbiatura hanno dimostrato l’impossibilità di procedere, l’edificio sarebbe potuto crollare e «ad oggi nessuna istituzione, né un professionista abilitato, sono disposti a rilasciare un certificato che attesti la possibilità di scavare tre metri sottoterra senza che esista il pericolo crollo – rimarca l’imprenditore – abbiamo chiesto un contributo a Legambiente nazionale, invitando a un sopralluogo, ma non è stata avanzata proposta valida e alternativa a quanto previsto nel progetto di bonifica approvato dalla conferenza dei servizi».

Il 23 agosto 2018 la società presentò alla sovrintendenza e al segretario regionale del Mibact la revisione del vincolo, ne seguì parere negativo dei comitati tecnico-scientifici che rigettarono l’istanza senza specificare tecniche alternative alla sabbiatura da adottare per conservare le mura. Quindi la società ricorse al Tar che, il 24 marzo, accolse le istanze, evidenziando la debolezza del report dei comitati tecnico-scientifici. Siamo a luglio 2021 e siamo in un limbo dove «tutto è sospeso e nessuno ha chiarito quale tecnica debba essere utilizzata per conservare il manufatto in sicurezza, nessuno è in grado di definire i tempi di ripresa dei lavori – rimarca De Angelis – speriamo si trovi la soluzione nella prossima conferenza dei servizi. Nostro unico interesse è completare la bonifica e restituire un’area fondamentale alla città».

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