Ristoratori e baristi: siamo allo stremo, fateci lavorare

Quaranta macchine incolonnate sulla statale a Porto Sant’Elpidio ieri mattina, rumore di clacson e padelle, la protesta dei ristoratori è rumorosa ma contenuta. Queste persone non sono mai scese in strada prima, lo fanno adesso perché hanno perso la pazienza. Parliamo di gente abituata a lavorare non a protestare, per questo non ci sono disordini, ma la disperazione urlata al megafono si sente forte e chiara. Albergatori, proprietari di strutture ricettive, operatori turistici e balneari, tutto il comparto del food, gelatai, baristi, pizzaioli. Il mondo che produce si fa sentire nell’unico Comune in Provincia che dimostra una certa capacità di fare squadra tra categorie svantaggiate per farsi ascoltare ai livelli alti. Ritrovo in via della Tecnologia nel parcheggio all’uscita del casello autostradale, da lì le auto imboccano la statale e sfilano dalla rotatoria di via Mazzini alla rotatoria di via Cavour. A passo d’uomo i veicoli percorrono la riviera in lunghezza, andata e ritorno. Si fermano sotto il municipio dove il sindaco ci mette una parola buona. È la prima azione eclatante di un comparto fiaccato dalla crisi, piegato dalle restrizioni dopo 8 mesi di chiusure sugli ultimi 13. Di questo passo molti non riapriranno. Anche le associazioni non hanno dato una gran prova di partecipazione finora. Comunicati sì, belle parole d’accordo, ma nessuno si è sporcato le mani in piazza. Eppure manifestare aiuta. Lo abbiamo visto con la campagna vaccinale e le categorie che hanno avuto la preferenza su altre. «Vogliamo portare a conoscenza della cittadinanza la nostra protesta – dice Piero De Santis – non siamo terroristi, non abbiamo mai messo in atto forme di protesta violente ma siamo alla disperazione e lo Stato non ci aiuta». Rimborsi al 3% per le perdite dell’anno precedente vogliono dire 3mila euro a chi ne ha persi 100mila. Tante (troppe) attività neanche le briciole hanno visto né possono vantare perché, sotto la soglia del 30% di perdita rispetto al periodo precedente, non c’è ristoro. In Germania non ci sono sbarramenti, i risarcimenti sono del 70% sulla perdita di fatturato. I manifestanti sono bene informati sulle percentuali e sulle date: «dal 9 marzo 2020 al 2 aprile 2021 sono stati 168 giorni di chiusura, 63 di apertura fino alle 18 e 23 fino alle 22. Solo 135 giorni siamo stati aperti in 13 mesi» dicono. «Non abbiamo prospettiva e credo che il banco stia per saltare» conclude De Santis. «Noi vogliamo lavorare – afferma Stefano Alessandrini – i supermercati sono pieni, il lungomare pure, solo le nostre attività sono chiuse e non ce la facciamo più. Ci paghino le spese fisse almeno: bollette, oneri di trasporto, iva. Pure i sindacati ci hanno abbandonato, ci mandano le mail non per scendere in piazza ma per chiederci quanti dipendenti abbiamo da far vaccinare. Si dovrebbero strappare le tessere di queste associazioni». Le richieste sono fondamentalmente due: rimborsi e riaperture in sicurezza. «Vorremmo ottenere il massimo da questa manifestazione, non possiamo perdere tempo, dobbiamo organizzarci per ripartire» avverte Antonella Cimadamore. Il sindaco Nazareno Franchellucci e presidente dell’associazione regionale degli enti locali prende il megafono «piena solidarietà a una categoria che merita risposte – grida – in politica a livello nazionale non ci sono più destra, sinistra e centro ma le parole devono avere coerenza nei fatti». Sembra una critica al governo Draghi. «Purtroppo non ci sono certezze sui tempi delle riaperture ma ho fatto arrivare il messaggio dove doveva arrivare – continua – è Pasqua e la ristorazione non ha nulla da festeggiare purtroppo. Mi auguro che, tra qualche giorno, tutto questo possa essere solo un bruttissimo ricordo». La Prefettura ha messo in moto la Digos. Pattuglie di polizia, carabinieri, municipale sono in strada ma non c’è bisogno di alzare scudi, tutto fila liscio. 2-4-2021

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