Ristoranti, la rabbia a tavola

Il grido di dolore dei ristoratori, uniti per chiedere aiuto a Comuni, Regione, Stato, banche, associazioni, proprietari di attività in affitto. Nel sentir leggere il comunicato congiunto si capisce che siamo tutti a un passo dall’abisso, sull’orlo del precipizio, perché chi fa impresa sta per gettare la spugna. Dopo una Pasqua negata, un Natale negato, le nuove restrizioni che si profilano non sono tollerate. La corda troppo tirata si spezza. Quest’appello va preso sul serio perché ha il sapore dell’ultimatum. I ristoratori chiedono alle associazioni di categoria di unirsi per un’azione di protesta in Regione. Al Comune e al Demanio chiedono l’azzeramento di Tari, Imu e canone demaniale. Alle banche chiedono la manleva per dilazioni di prestiti bancari, quindi sgravi di responsabilità in quanto non riescono più a pagare i prestiti. Anche i canoni d’affitto vanno ridotti. Come s’è fatto per gli sfratti e i licenziamenti bloccati si faccia per i locali affittati alle attività, che sono in agonia. Si debbono creare le condizioni per obbligare i locatori a ridurre i canoni in proporzione alla perdita di fatturati. I ristoratori si appellano al Governo soprattutto, chiedono un indennizzo a fondo perduto sul calo di fatturato nel 2020. «Il nostro comunicato congiunto – dicono – unisce in un unico appello tutte le categorie colpite in maniera violenta dalle chiusure obbligatorie per Covid-19. Capiamo il senso civico dello stare chiusi per ridurre i contagi ma non è accettabile che noi ristoratori, insieme a pochi altri settori, siamo i soli a farci carico dell’azione di contrasto della pandemia. Non accettiamo i bassi ristori che ci sono stati assegnati, a fronte di cali di fatturato del 50 o 70%. Dietro ogni attività ci sono persone, famiglie che in questi mesi hanno tutte dato del proprio e si sono indebitate per far fronte alle spese d’esercizio, rimanendo senza uno stipendio». Nell’ascoltare Piero De Santis che legge il comunicato a nome della categoria si capisce che non c’è domani in queste condizioni. Non c’è più possibilità di manovra. I comuni devono fare tutto il necessario per azzerare le imposte e il governo deve pagare per quanto si è perso, e bisogna cominciare a riaprire, altrimenti sarà rivolta sociale. I toni bassi, i contenuti del comunicato indicano l’alto valore morale, la pazienza di chi scrive e si appella. Sono persone che hanno rispettato regole anche incomprensibili, anche inutili visto che il virus continua a far ballare. Nel chiedere «con viva voce a tutte le nostre associazioni di categoria che ci rappresentano in Regione di unirsi per promuovere un’azione di protesta a livello regionale» c’è la supplica a fare qualcosa di concreto, un’azione forte, fatti non parole. «Solo insieme possiamo salvarci da questa catastrofe» avvertono i ristoratori e c’è da prenderli in parola. Stare bene in Italia vuol dire stare bene a tavola, vuol dire mangiare e socializzare, è salute ed economia. Se perdiamo i nostri ristoratori perdiamo tutto.

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