Se dico bianco, dico nero

Se dico bianco, dico nero. Evito “di colore” lo uso solo se è necessario, ossia se ho già usato l’altro termine e quindi per non ripetermi. Non dirò mai “di colore” a prescindere perché non ha senso. Così come non ha senso oggi definirsi antifascista e dare del razzista a chi è contro l’immigrazione irregolare. Non dirò mai genitore uno e genitore due e solo a pensarli certi termini mi viene da vomitare. Ritengo, altresì, che quando si parla dei diritti bisogna sempre anche parlare dei doveri.

Per tutte queste ragioni e tante altre metto in evidenza il libro di Alessandro Severino negli anni tristi del politicamente corretto che, dopo sessant’anni, dagli Stati Uniti è arrivato a noi. E che tristezza. Dalla retorica del multiculturalismo alla propaganda immigrazionista, dall’ideologia gender all’illusione globalista, dalla crisi della Chiesa alla furia iconoclasta del movimento Black Lives Matter, il fenomeno di Greta Thumberg, la pandemia Covid-19 che condiziona le nostre vite, a chi è ancora in grado di ragionare con la propria testa consiglio di leggere “Gli inganni del politicamente corretto” in libreria e online dal 10 dicembre 2020.

Un saggio che offre una lettura analitica della contemporaneità a partire dal concetto di politically correct: «paradigma ideologico pervasivo nelle nostre democrazie, che cattura il presente e disciplina ogni codice etico e comportamentale prescrivendone regole linguistiche e azzerando le differenze». Una neolingua che fagogita il pensiero. Perché se dico “di colore” non capisco nemmeno cosa dico, quale colore? Se dico diversamente abile non posso capire se parlo di una persona cieca, zoppa o muta e non capisco l’offesa che si arreca a chi zoppica o non ci vede o non può parlare. All’azzeramento del pensiero no, non ci sto, non ci sto alla riscrittura del passato, non ci sto alla riduzione di tutto al presente, preferisco sempre il filosofo all’opinionista prezzolato, sempre lo storico all’influencer. Ritengo che religione, arte e tutto quello che è avvenuto nel passato non debba essere ridotto al presente, in base all’attuale modello ideologico, in nome di un effimero ideale di giustizia sociale che la cultura neo progressista identifica con l’eliminazione dei connotati maschilisti, antisemiti, omofobi e sessisti. Non ci sto a questo relativismo e a tutto ciò che ne consegue dal punto di vista socio-economico, non posso non osservare che le diseguaglianze sociali sono sempre più marcate.

Non casuale la scelta dell’editore di pubblicare in piena seconda ondata che, a quanto mi risulta, ha azzerato i canterini da balcone. Certamente un testo come questo di Severino è un buon viatico per confrontarsi e riflettere sulla nostra identità e la capacità di difenderla, per affrontare nel modo giusto il presente.

 

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