Terribilmente sexy, quindi assassina, nel senso che uccide la ragione

Ci stavo pensando da giorni, ieri mi è capitato tra le mani e con grande piacere ho rivisto uno dei migliori film di sempre Basic Instinct. È un film da vedere una volta, senza esagerare, e così per me era stato fino a ieri. Invece ne è valsa la pena, per tante ragioni. La settima arte è caduta a picco, la qualità arranca, è un cimitero. Ebbene, ritrovare Paul Verhoeven è un piacere, significa spendere bene 128 minuti stando seduti davanti alla tv. Ma, a parte il piacere, c’è qualcosa che va oltre. Mi sono resa conto di qualcosa che, nella prima visione, non potevo notare. Non ci avevo fatto caso.

Il geniaccio del regista e produttore cinematografico olandese, uno dei pochi che è riuscito a imporsi a Hollywood, vincitore tre anni fa del Golden Globe per Elle quale miglior film straniero, da subito fa capire – a chi è capace di rimanere lucido, di conservare la ragione, di mantenere un occhio critico – chi è l’assassina: la bruna Beth Garner interpretata dalla bella Jeanne Tripplehorn passata totalmente inosservata. Figura di sottofondo rispetto alla protagonista del film, la giovane bella fascinosa ricca intelligente intrigante eccitante Catherine Tramell cui ha dato corpo Sharon Stone, che non ha avuto più modo, in seguito, di apparire così brillante in altri film, e che il regista aveva sperimentato in Atto di Forza.

Rivedendo Basic Instinct col senno di poi, sapendo come va a finire (seppure col rompighiaccio sotto il letto) si capisce la continua comunicazione che il regista ha cercato di mantenere con lo spettatore, mettendolo continuamente alla prova. Col senno di poi si capisce fin dall’inizio chi è la matta, quella fuori di testa, la frigida nel rapporto con gli uomini perché lesbica, costretta a vivere una vita che non le piace. Si capisce che è Beth l’assassina, la bruna, comunque bella, ma che passa inosservata rispetto alla strepitosa bionda.

Alla bruna psicologa lo spettatore perdona tutto, non può essere lei l’assassina perché è quella innamorata di Nick Curran, il giustiziere interpretato da uno strepitoso Michael Douglas. Beth è l’innamorata, la gelosa della rivale che, invece, con Nick ci gioca come il gatto con il topo. Dunque non può che essere lei la mente criminale.

Riguardando per la seconda volta il film si capisce però di più anche sulla bionda impossibile, quella con le due lauree, con un Picasso alle pareti e un conto in banca da urlo, quella con i capezzoli turgidi e senza biancheria intima. Una femme fatale in sigaretta che, in realtà, è una figura quasi angelica. Piange, ride come una bambina, guarda con aria sognante, è la ragazza ricca e un po’ viziata che si diverte a passare da assassina perché non lo è.

Verhoeven con Basic Instinct fa l’operazione verità, l’analisi psicologica dello spettatore. Cos’è stato ad accecare, nonostante la verità era da subito a portata di mano? L’accavallamento delle gambe, è la scena che concentra tutto su di sé, è la scena madre, da lì doveva partire tutto

genio Verhoeven, ci ha fregato

 

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