Padoan, Taddei e le porte girevoli tra politica e finanza   

Filippo Taddei, ex responsabile economia del Pd, molla l’università e approda alla Goldman. Aprite bene occhi e orecchi, il nome della banca americana Goldman Sachs torna spesso nelle vicende degli apriporta italiani. Uno dei più importanti è stato Mario Draghi da direttore generale del Tesoro nel 1991 col governo Andreotti VII entrò nel comitato esecutivo in quella che è una delle più grandi banche d’affari al mondo. Nella tradizione delle porte girevoli tra politici la banca d’affari che nomina i governi, dove lavorarono Romano Prodi e Mario Monti entra il renziano Taddei. La sua prima esperienza in politica è stata proprio nei comitati di Prodi. L’ex economista del Pd entra in Goldman: “non una banca, ma l’anticamera per un posto di primo livello in politica” secondo il Nobel per l’Economia Paul Krugman.

Il fenomeno delle revolving doors, le porte girevoli – come ha detto Paolo Mieli stamattina in diretta su Radio 24 “ai giornali di sinistra: Il Fatto, Il Manifesto, Domani, pare non interessare” ossia non d’indignano, non ne parlano, lasciano correre, o prendono le difese degli apriporte. Taddei alla Goldman dopo Prodi nel ’90, Mario Monti nel 2005, Gianni Letta nel 2007. I democratici. Goldman attira uomini che hanno accesso alle stanze dei bottoni. Ma non dimentichiamo il campione di conflitto di interessi di cui in queste ore tutti parlano, Pier Carlo Padoan, l’esempio lampante delle porte girevoli tra politica e finanza. Aveva salvato Mps nazionalizzandola con un’operazione costata allo Stato 8 miliardi. Oggi Padoan, deputato semplice del Pd, si dimette da parlamentare per diventare presidente Unicredit, colosso bancario europeo. Conflitto d’interessi?

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