Per riempire di contenuti un foglio bianco ci vorrebbe una madre

Il velo è costrizione, simbolo della donna oggetto da coprire per evitare che l’uomo, guardando le sue forme, possa eccitarsi. Il velo è negazione della persona ed è peggio, molto peggio, della nudità che, sull’altro versante, rappresenta ugualmente la donna oggetto ma, in quel caso, è necessaria una presa di coscienza, in un certo qual modo deve esserci la volontà di spogliarsi, e anche un po’ di coraggio. Io non ne sono capace per pudore, ma il velo non lo metto per scelta.

A Verulam, a 27 chilometri da Durban, mi sono trovata in difficoltà quando la Golf sulla quale io e mio marito viaggiavamo fu circondata da una decina di uomini. Le poche donne che vedevo in giro indossavano il niqab mentre io avevo su leggings bianchi.

A San Benedetto del Tronto Franco Di Mare, che era lì per presentare il suo libro “Il cecchino e la bambina”, mi fece indossare il burqa per spiegare, a me e al pubblico presente, cosa si prova. Quella tunica è una gabbia, è sequestro e tortura, la donna non può difendersi da un attacco, da una violenza, non riuscirebbe a vedere l’aggressore che si avvicina, avrebbe difficoltà a girare la testa, la grata sugli occhi limita la visuale. Ne ho viste di donne nere, da sole o con i mariti, sempre a due passi di distanza, sempre dietro. Macchie sulla coscienza. Ho sempre provato pena mista a rabbia, per quella che ritengo una profonda ingiustizia. Nessun corpo femminile a nudo mi ha dato le stesse sensazioni.

Aisha, la cooperante milanese rapita in Kenia nel novembre 2018 e rilasciata nei mesi scorsi, partita da Milano come Silvia Romano e tornata come la sposa di Maometto, nell’intervista rilasciata ieri a Davide Piccardo per il giornale online “La Luce” fa sapere che, prima di essere rapita, era «una persona ignorante perché non conosceva l’islam». Dicendolo dimostra di essere un’ignorante. Non lo dico tanto perché penso al mio prof di latino, che non aveva mai viaggiato ma conosceva il mondo attraverso lo studio. Lo dico perché un rapimento che ti fa tornare viva in patria può produrre tante cose: un libro, certamente un cambiamento, ma da ignorante non ti fa diventare sapiente. Per l’Aisha di casa nostra provo pena perché la ritengo un foglio bianco scarabocchiato dal rapimento. Penso alla madre di questa ragazza e un po’ m’indigno.

Alla Medina, Casablanca, sono stata dalla parrucchiera in un localino tra frutta, rifiuti e carne alla griglia. Mio marito mi ha aspettato fuori, non poteva entrare. Davanti a me c’era una bella ragazza, capelli lunghi fino alle natiche. Finita la piega sono stati raccolti con le pinze e non riuscivo a capire il perché del gesto, finché è entrato in scena il velo. La ragazza uscita velata non aveva niente a che vedere con la bellezza a chiome sciolte che resta nascosta al mondo e visibile solo per il marito, dentro casa. Può essere una scelta, ma non in Italia.

Sono contraria al velo, a meno che non sia quello delle monache, il fazzoletto delle contadine, come usava mia nonna, o il foulard di Brigitte Bardot. Mi piace viaggiare, conoscere, approfondire, confrontare ma tutto poggia sulle mie convinzioni, quello è il principio cardine. Le differenze sono fondamentali. Per entrare in moschea tolgo le scarpe e metto il velo, in chiesa mi faccio il segno della croce e intingo il dito nell’acqua santa. I miei genitori mi hanno insegnato il rispetto, per me e per gli altri, non sarò mai un foglio bianco da scarabocchiare.

Giorni fa ho intervistato un diciannovenne che aveva appena superato l’esame alle superiori con 100 e lode e mi diceva che, tra le domande che gli erano state poste, ce n’era una sull’art. 3 della Costituzione “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Il ragazzo, nel chiarire il senso della frase, riferiva del fatto avvenuto a Minneapolis: il nero ucciso dal poliziotto bianco. Caso che ha riempito le piazze per protesta contro il razzismo. Gli ho detto di stare attento, di non lasciarsi suggestionare e strumentalizzare, l’ho consigliato di guardare la realtà con i suoi occhi, non con quelli degli altri, prima di farsi un’opinione. Non ho figli ma, per un attimo, ho voluto essere una madre.

7-7-2020

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