Da Mani pulite ai giorni nostri, alla fine i conti tornano

Nella storia non ufficiale di Mani Pulite un passaggio molto significativo è fissato nel novembre 1991: Gerardo Chiaromonte (uno degli ex comunisti che teneva un canale diretto e costante con Craxi) viene ricevuto nello studio del segretario socialista in via del Corso e dopo i preliminari va al sodo e rivela: “Sappi che abbiamo fatto una riunione riservata a Botteghe Oscure e la linea, di Napolitano e mia, del dialogo con te è stata sconfitta ed è prevalsa la linea dell’opzione giudiziaria”. Chiaromonte esce, entra Giusi La Ganga, Craxi gli riferisce e chiede: “ma cosa ha voluto dire Gerardo? Come fanno ad adottare una linea giudiziaria?”. All’epoca dei fatti la società politica era allo sbando, i partiti di governo quasi non esistevano più anche il Pci era sotto botta. Chi contava? I giornali. E nacque un’alleanza di ferro tra quattro giornali italiani: il Corriere, la Stampa, l’Unità e Repubblica e per Eugenio Scalfari Craxi era l’uomo nero, in Rai dominava Michele Santoro, tutti ricorderanno il lancio delle monetine al Raphael, l’esilio in Tunisia.

Arriviamo a Berlusconi e alla sentenza che ha condannato il Cavaliere, una sentenza “che faceva schifo” dirà poi il giudice Amedeo Franco, relatore nel giudizio di Cassazione contro l’ex premier. Siamo all’estate del 2013, “in un pomeriggio afoso – scrive Augusto Minzolini sul Giornale – nella Roma agostana semideserta, la berlina presidenziale, con al seguito auto di scorta e corazzieri motociclisti, si fermò davanti al civico di via Bruno Buozzi ai Parioli, dove ha lo studio il noto penalista, Franco Coppi, che assisteva Silvio Berlusconi nel processo per frode fiscale in cui è stato condannato e che provocò la sua decadenza da senatore. Erano le giornate che seguirono la sentenza e dall’auto scese l’allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano, salì al piano dello studio del principe del Foro. L’argomento da trattare era delicato: l’ipotesi della grazia per l’ex premier e leader di Forza Italia, nonché in quel momento uno dei garanti del governo di Enrico Letta. Ci fu una discussione in punta di diritto tra il presidente e il legale, addirittura fu esaminato anche il testo di una possibile richiesta di grazia.

Napolitano era pronto a concedere la grazia, ma pretendeva da Berlusconi un ritiro ufficiale dalla politica. Così quel provvedimento di clemenza che, normalmente, è esaminato sulla base di una valutazione giuridica, fu analizzato con le logiche della politica e presentato con le sembianze di una resa. Berlusconi si oppose a quella fine ingloriosa, una vera e propria pietra tombale per silenziare la congiura di cui era stato vittima, e preferì alla fine scontare la pena ai servizi sociali come volontario a Cesano Boscone”.

La trattativa è stata tra un capo dello Stato, che avrebbe dovuto essere il garante nello scontro tra politica e giustizia e, invece, si rivelò come il capo di una delle fazioni in campo. In quell’occasione la giustizia si rivelò per ciò che era: l’arma con cui si combatte la politica in Italia. Solo così si può capire perché un provvedimento di clemenza sia stato utilizzato come strumento di pressione nel tentativo di strappare al “nemico” una dichiarazione di resa incondizionata.

In questa luce si comprendono meglio anche le dichiarazioni del giudice Franco contenute in una registrazione resa nota dal Riformista, in cui il personaggio parla “di sentenza che faceva schifo … di vicenda guidata dall’alto”. La verità è che quel processo ha portato le sinistra al governo e ha cambiato la storia del Paese.  La guerra si combatte nelle procure e nelle aule dei tribunali. Un meccanismo che va avanti da quarant’anni. La nostra storia politica negli ultimi trent’anni è stata cadenzata da avvisi di garanzia, pm, processi e sentenze. Cosa che avviene solo nei regimi comunisti. Un pezzo di politica utilizza un pezzo di magistratura e viceversa per governare e condizionare il Paese.

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