A chi legge

Chi sono i Gendarmi della Memoria? La risposta più semplice sta nel sottotitolo di questo libro: sono quelli che imprigionano la verità sulla guerra civile italiana. Confesso che, lì per lì, il verbo imprigionare mi sembrava troppo duro. Poi mi sono convinto che era la parola da usare. Infatti, come si muove un gendarme? Quando s’imbatte in qualcuno che infrange la legge, lo acchiappa e lo schiaffa in guardina. Perché non osi più disobbedire alla norma.

Si comportano così anche i Gendarmi della memoria. Loro si sentono gli unici custodi del solo racconto autorizzato e legittimo del conflitto interno che insanguinò l’Italia fra l’autunno del 1943 e l’aprile 1945. Per poi sfociare in una dura resa dei conti sui fascisti sconfitti. E tutto ciò che contraddice il racconto da loro difeso deve essere smentito. O, meglio ancora, taciuto, ignorato, cancellato.

Nessuno ha affidato ai Gendarmi il compito di fare i gendarmi. L’incarico se lo sono dati da soli, sin dalla fine della guerra. E sessantadue anni dopo, insieme ai loro eredi, continuano a comportarsi con la stessa arrogante sicumera di allora. Non è assurdo? A parer mio lo è. Ma per i Gendarmi il tempo non passa mai. Sono rimasti inchiodati a quell’epoca di contraddizioni spietate: accanimento nelle vendette e pulsioni autoritarie. Queste ultime indirizzate ad affermare, persino con il delitto, una dittatura rossa, dopo la caduta di quella nera.

Chi non accetta la versione sacrale della Resistenza è considerato un nemico da battere. Sono implacabili, i Gendarmi. Nelle loro teste, l’allarme suona di continuo. La caccia a chi non gli obbedisce è senza soste. E si avvale di qualsiasi mezzo. La sconfessione violenta. La falsificazione sistematica di quello che il cattivo di turno scrive. L’uso di etichette spregiative per diffamarlo, quando il contrasto verbale non basta, i Gendarmi passano a metodi più convincenti. L’incursione manesca per impedire un dibattito, la rappresaglia, l’incitamento a fare del male. I proclami e le interviste affidati ai giornali compiacenti. Gli appelli ad accorrere in questa o quella città per impartire lezioni.

Perché i Gendarmi sbattono in guardina la verità sulla guerra civile e minacciano chi si azzarda a narrarla per intero? Perché il racconto imparziale e completo di quella guerra mette in difficoltà l’antenato dei Guardiani, il vecchio Partito Comunista Italiano. E sfata le leggente che sempre hanno avvolto la sua storia. Con il Pci la guerra di liberazione è diventata una guerra per la conquista del potere in Italia. Un progetto eversivo che ha autorizzato un succedersi di errori, menzogne, intrighi, soprusi, delitti e misteri. Tutta robaccia occultata da una storiografia succube degli interessi di quel partito. Ma nessuna storia mutilata resiste all’esame più spietato: quello del tempo che passa e delle generazioni che si susseguono.

I Gendarmi rossi, gente di Rifondazione Comunista, dei Comunisti italiani, dei centri sociali, dei no-global, dei disobbedienti e dei gruppi antagonisti cresciuti sul fianco delle sinistre parlamentari, identificati con una babele di sigle, con le loro bandiere rosse bene in vista, si assomigliano tutti. Il giovane gendarme emerso da un centro sociale o da qualche sezione rifondarola o pidicista ragiona come l’ex partigiano ottantenne iscritto all’Anpi. O come l’insegnante distaccato presso un Istituto storico della Resistenza. O come l’accademico in overdose di ideologia. Nessuno di costoro vuole ascoltare le ragioni del cattivo, sia pure per confutarle. Tutti hanno un solo obiettivo: impedirgli di parlare, di scrivere, di andare da una città all’altra, da una libreria all’altra, per incontrare i lettori. C’è una perversione totalitaria dietro questo modo di agire. In altri tempi, quelli che i Gendarmi rimpiangono, la loro furia sarebbe sfociata in gesti ben più duri. Non fatemi dire quali, perché è facile immaginarli.

A conti fatti, ho provato una sensazione orribile e per me nuova: di non essere più un cittadino libero di scrivere e di discutere le proprie opinioni.

Il connotato di fondo delle sinistre regressiste è l’ipocrisia autoritaria. Mentre scrivo questa nota per chi vorrà leggermi, tutte le dieci sinistre italiane stanno in un mare di guai. Potrei anche dire che si trovano a un passo dalla catastrofe. Il governo che sostengono rischia ogni giorno di morire. Il loro fatturato elettorale è in picchiata. Mentre il discredito sta salendo a vertici mai toccati prima. I Gendarmi si stanno pestando tra loro, sono i talebani di casa nostra, pronti a tutto pur di imporre il silenzio a chi non è disposto a cantare dentro il loro coro. Sarebbe stato fin troppo facile scrivere un libro contro le dieci parrocchie e parrocchiette rosse. Ma I Gendarmi della Memoria non è un libro sulle sinistre italiane. Sotto questo titolo ho cercato di raccontare una serie di storie che i Gendarmi hanno sempre considerato proibite. Ho tentato di addentrarmi nelle stanze più nascoste della guerra civile, una di queste è la mattanza delle donne fasciste o ritenute tali, uccise dai partigiani in Piemonte, prima della liberazione. Gli elenchi delle vittime, e le circostanze della loro soppressione, mi hanno condotto nel cuore di una barbarie mai svelata.

Questa strategia ha generato un succedersi di crimini decisi o avallati dai dirigenti locali del Pci ma non ignorati al vertice nazionale del partito. In un clima di omertà intransigente, imposto da capi che si ritenevano rivoluzionari onnipotenti. Mentre erano soltanto piccoli uomini, resi ciechi dall’ideologia. Così ciechi da mettere in moto una giostra criminale senza sbocco. Fanatici.

nota introduttiva 

I Gendarmi della Memoria

Giampaolo Pansa 

Sperling & Kupfer 2007

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