L’immobiliare dopo il coronavirus

«Da un mese e mezzo siamo al centro di una tempesta perfetta con ripercussioni ad ampio raggio su quasi tutti i settori economici, esclusi farmaci, alimentari, beni di prima necessità, stampa, ma l’immobiliare con le compravendite e le locazioni è sicuramente nel pieno di una crisi senza precedenti – Confabitare Fermo mette sull’attenti – il primo semestre dell’anno è assolutamente negativo, con ricadute sensibili sul trimestre successivo in relazione alla contrazione possibile delle locazioni estive, mentre ad oggi sono bloccate le compravendite per le note restrizioni e le locazioni sono ridotte a quelle di emergenza, mentre salgono vertiginosamente le risoluzioni nel settore commerciale. Nei prossimi mesi potremmo assistere ad una frenata sostanziosa delle compravendite nell’ordine del 10/15%, una contrazione degli affitti brevi, in particolare quelli dedicati a studenti per effetto dell’avvio di aule virtuali, mentre rimane al momento senza risposta il tema della sostenibilità economica dei canoni di locazione sia nell’abitativo a causa della perdita del lavoro o della cassa integrazione, come nel commerciale o direzionale per il blocco totale delle attività. In questo quadro quale sarà o potrà essere la resilienza dei proprietari rimasti senza canone per mesi fronte di una mancata sospensione o riduzione delle imposte?».

Sul lungo periodo, dodici, diciotto mesi, passata l’emergenza, le famiglie italiane, che sono poi quelle che alimentano il macro mercato immobiliare, torneranno ad investire, ma molto probabilmente non lo faranno più come prima. Nel settore abitativo saranno penalizzate a questo punto le micro abitazioni per privilegiare immobili più ampi, con spazi fruibili esterni o magari una decisa ripresa dell’acquisto di case singole da ristrutturare, visto che la quarantena ha messo a nudo alcune inderogabili esigenze, più spazio, più stanze, più libertà d’azione all’interno delle stesse mura.

Diverso lo scenario per il settore commerciale «per il quale occorre ripensare integralmente ad un modello di riuso nella consapevolezza che almeno il 55 delle attività commerciali già in grave congiuntura potrebbero non riaprire e quegli spazi se vorranno tornare a redditto necessitano di cambi di destinazione, così come molti studi professionali, di ristrutturazione profonda per le quali operazioni sarà necessario sensibilizzare i comuni più dello stato centrale» chiosa l’associazione fermana di proprietari immobiliari.

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