L’Italia non si faccia infinocchiare dalla dittatura comunista

L’Italia non si faccia infinocchiare dalla dittatura comunista. Serve un patto contro il Dragone: «invoco l’imputazione della Cina, venga messa nell’agenda del G7 enfatizzando che il nemico non è la popolazione cinese, anch’essa vittima, ma un regime autoritario che deve essere condizionato» dice Carlo Pelanda del Partito comunista cinese «la malattia più letale al mondo».

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Com’è stato per l’emergenza sanitaria e purtroppo si prevede già che sarà per quella economica il Governo rischia di arrivare male e tardi anche su un altro aspetto di fondamentale importanza in questa fase tragica per il mondo intero. Mentre sento parlare in giro di coronavirus come di un “nemico invisibile”, di un “mostro imprevedibile” fuori dall’Italia c’è un mondo che sta prendendo posizione contro la Cina. Anzi, contro il Partito comunista cinese. Affrontano l’argomento i giornalisti de La Verità oggi, intervistando Carlo Pelanda e Chen Guangcheng.

Carlo Pelanda, il politologo ed economista specializzato in studi strategici, scenari internazionali ed economici, ci dice che stanno diventando prove gli indizi, ad attestare che il regime cinese abbia intenzionalmente nascosto la pericolosità del covid all’Oms e questo fa prevedere l‘imputabilità di Pechino «per violazione dell’accordo vincolante sul Regolamento sanitario internazionale siglato da 196 nazioni nel 2005. Tra cui Pechino. L’articolo 34 recita che gli Stati colpiti hanno diritto al pieno risarcimento dei danni in forma di compensazioni e garanzie di non ripetizioni».

Così si apre un nuovo capitolo: un periodo di analisi per valutare il rinvio a giudizio del Partito comunista cinese presso la Corte internazionale di giustizia con tanto di stima dei danni e risarcimento.

Perché a metà dicembre 2019 le autorità locali di Wuhan ebbero l’informazione che circolava un virus pericolosissimo ma il ricercatore che aveva emesso l’allarme fu incarcerato mentre l’agenzia stampa governativa invitava a non diffondere notizie “false” e allarmanti. La notizia del contagio di 1.700 operatori sanitari arrivò all’Oms il 14 febbraio scorso. Ora è dato per certo che, grazie alle intercettazioni satellitari, i servizi di intelligence statunitensi hanno in mano prove schiaccianti: la registrazione di comunicazioni interne al regime.

L’imputabilità di Pechino è quindi altamente probabile. A Miami già il 12 marzo un gruppo di avvocati ha avviato una class action contro il governo cinese, chiedendo un risarcimento per i danni provocati dal virus. Ovvio che il Dragone farà di tutto, sul piano geopolitico per dissuadere i governi dal finire in tribunale, sul piano della comunicazione cercherà di silenziare la stampa. ma Trump insiste sul “virus cinese” facendo capire a Xi Jinping che potrebbe aprire il caso giudiziario.

E l’Italia che fa? Per il momento il contrario di quello che avrebbe dovuto fare. Intanto sorprende che la stampa, mentre il regime cinese cercava di far passare per untori prima i soldati statunitensi e poi noi italiani, è rimasta muta. L’Italia «purtroppo ci sta cascando» spiega il politologo ed economista italiano e, guardate, non è solo questione morale. Perché è stato violato un accordo internazionale in materia di salute globale e deve esserci un giudizio e una sanzione per evitare pandemie future.

Chen Guangcheng, attivista per i diritti civili nella Repubblica popolare cinese parla delle chiare responsabilità del governo cinese nella crisi del coronavirus: unnamed «Il 30 dicembre i medici avevano condiviso l’allarme sul gruppo WeChat ma a dicembre i dirigenti dell’ospedale li costrinsero a non parlarne. Tutti i medici sono stati messi a tacere. La repressione delle informazioni proveniva dai più alti livelli del partito». Il 23 gennaio Whuan è stata chiusa. Oggi la Cina vuole presentarsi al mondo come il Paese capace di controllare la pandemia e si mostra generosa ma quello che l’attivista chiama «il virus rosso del Partito comunista cinese» è «una minaccia che ha il potenziale di avvelenare le persone su ogni parte del pianeta».

Secondo Guangcheng di buono c’è che i cinesi hanno capito che la libertà di parola e d’informazione non è un’astrazione e il negato diritto può rappresentare la differenza tra la vita e la morte. In tutto ciò il governo italiano «dovrebbe immediatamente rompere i legami con il Partito comunista cinese» spiega l’attivista.

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