I conti da regolare superata l’emergenza

L’analisi di Augusto Minzolini: Una guerra casa per casa. Ormai siamo arrivati a questo punto. Ormai la battaglia è lasciata in mano al senso civico, alla responsabilità, al rigore di ogni singolo cittadino. Il governo si è ritagliato lo stesso ruolo di Radio Londra durante il secondo conflitto mondiale: lancia segnali, consigli, suggerimenti, ma la guerra, nei fatti, la Resistenza, è sulle spalle di ognuno di noi. Non c’è più una linea del fronte, ogni luogo del Paese è potenzialmente a rischio.

L’errore è stato quello di non sigillare (un verbo strausato in ogni epidemia del passato, ma che da noi in queste settimane non è mai stato utilizzato) le aree in cui via via il virus si è manifestato in un mese, cioè dai primi morti di Codogno, a oggi: prima dovevano essere chiusi ermeticamente, magari dispiegando la logistica dell’Esercito (altro strumento usato in ogni epidemia meno che da noi), i focolai, quindi, le provincie e infine le regioni. Senza guardare in faccia a nessuno: perché in questa singolare guerra contro l’epidemia, il tempo conta molto più che in una guerra convenzionale. Una misura presa una settimana dopo potrebbe non avere più senso; 24 ore di ritardo nel chiudere una città e una provincia possono rivelarsi fatali.

E, invece, niente. Si sono persi giorni preziosi e si è cambiata strategia più volte. Così i conti si sono fatti sempre più spietati. La Caporetto, la sconfitta peggiore in questa strana guerra contro un nemico invisibile, è stato quello stramaledetto week-end del 7-8 marzo, quando il governo annunciò un decreto per la chiusura della Lombardia che rimase in ballo per 25 ore, provocando però nel frattempo un esodo di massa verso il Sud che ha sparso potenziali contagiati per tutto lo stivale. Ora c’è chi parla di mutazione del virus, o di altro, ma la verità è racchiusa tutta in quell’errore. Trascorse due settimane – cioè il tempo della gestazione macabra del virus – d quelle 48 ore di follia, la matematica mortuaria del virus ha presentato il conto: abbiamo superato la Cina in decessi e nelle ultime 72 ore, abbiamo puntualmente segnato ogni giorno un nuovo record di morti quotidiani nelle statistiche dell’epidemia a livello globale.

I soliti soloni motivano tutto con l’alta media anagrafica del nostro Paese. Solo che secondo le statistiche in una nazione ancora più «anziana» della nostra, il Giappone, l’epidemia non ha provocato più di 40 morti. La ragione? Semplice, la tempestività delle decisioni: il premier Shinzo Abe, ad esempio, ha deciso di chiudere le scuole agli inizi di marzo, anche se all’epoca nel Paese erano stati registrati solo 381 contagiati e 6 morti. Per non parlare della Cina che dopo essersi assunta l’onere di sigillare per mesi un’intera regione con 60 milioni di abitanti, da quattro giorni non registra più contagi.

Il dato più raccapricciante, però, è che la lezione non è servita. Il nostro premier, esorcizzando i dati, continua a parlare di «modello italiano». A fine gennaio dichiarava, secondo i canoni di un’accurata regia di comunicazione, «siamo prontissimi». Oggi che siamo arrivati a 53mila 578 contagiati, si accorge che mancano posti letto e mascherine. Ora sarebbe ingiusto fare di tutto il governo un fascio: il ministro della Sanità, Speranza, ha colto subito la gravità della situazione e ha chiesto misure drastiche fin dall’inizio, inascoltato; la compagine ministeriale grillina, invece, nella sua incompetenza è sparita, si è limitata a porre un «no» ideologico all’ipotesi di nominare un supercommissario competente come Bertolaso, uno dei pochi che avrebbe potuto garantire un’unità d’azione, mentre il premier si è immedesimato nella figura comoda di chi predica prudenza, temporeggiando su ogni decisione.

Così, si continua a traccheggiare, mentre l’esercito, a parte qualche episodio sporadico, continua a restar in caserma, dimenticando, appunto, che le decisioni che non vengono assunte oggi, potrebbero non bastare più domani: se ieri per salvaguardare il resto del Paese si sarebbero potuti creare dei cordoni sanitari rigidi attorno ai focolai grazie ai militari per evitare l’uscita di qualche potenziale contagiato; non è detto che un domani, se i focolai lombardi si moltiplicassero, gli stessi cordoni non debbano essere dispiegati attorno a Milano per evitare che entrino potenziali contagiati. In quest’emergenza il tempo è tutto. Delle responsabilità di questa ecatombe si parlerà dopo.

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