Confindustria Calzature: se il Governo non vuole farci fallire deve cambiare marcia

Fenni: «Chiudiamo, ma se il Governo non vuole farci fallire deve cambiare marcia»

I calzaturieri sono preoccupati: mancano risorse e azioni concrete per la manifattura

Nuovo decreto, stesso pensiero: «Grazie al personale sanitario, grazie a chi ogni giorno, ogni ora lavora per salvare vite umane». Ma gli imprenditori devono guadare anche al futuro e sono preoccupati. Come conferma il presidente della sezione calzature di Confindustria Centro Adriatico, Valentino Fenni.

«Fino a mercoledì in fabbrica, almeno chi ne ha bisogno. Già in tutte le aziende era stata garantita la sicurezza, siamo riusciti a trovare le mascherine o quantomeno a produrle internamente. Abbiamo sanificato i locali di lavoro, i macchinari, abbiamo seguito ogni prescrizione, organizzando turni e lavoro domiciliare per impiegati e operai. Però ora sappiamo di doverci fermare. I nostri dipendenti sono come i nostri familiari e a nessuno piace guardare negli occhi le persone che hanno paura.

Questo decreto però non ci soddisfa, le misure compensative sono al momento ridicole. Se non cambia qualcosa in fretta le aziende non hanno futuro. Non solo mancano risorse, qualcuno si rende conto che per far partire la cassa integrazione, che garantisce i lavoratori ma che viene anticipata dall’azienda e rimborsata dopo mesi dallo Stato, i professionisti, dai commercialisti ai legali, vanno pagati? Al datore di lavoro chi ci pensa?

E poi, chi tutela i negozianti, l’anello finale della catena. Con il 60% del credito di imposta sull’affitto, che poi tra due mesi quando riaprono dovranno pagare tutto? Fino a oggi nessuno ha parlato di insoluti, di protesti degli assegni, di rating bancario, di fidi assicurativi. La liquidità come pensano di crearla da aprile? Ci sono troppe lacune in questo decreto. Che noi rispettiamo per il bene di tutti.

L’unica cosa intelligente da fare era di bloccare tutto: non si paga e non si incassa, per tutti. Noi viviamo con la moda, qualcuno mi spieghi come è possibile svuotare i magazzini tra due mesi. Continuano le chiamate per cancellare ordini, per dilatare pagamenti, eppure abbiamo prodotto, noi abbiamo garantito la parola data a fornitori e clienti.

C’è confusione, troppa. Non si può comunicare alle 23 di sera su Facebook. Il premier si sta impegnando, guida il Paese in una situazione mai vissuta prima, ma serve più equilibrio, i messaggi devono dare sicurezza, non aumentare in ognuno confusione e timore.

Ora per due giorni abbiamo la possibilità di spedire la merce. Lo può fare chi ad esempio lavora molto con il web, chi vende nel Far East, dal Giappone all’Oriente che sta ripartendo. Bloccando la produzione rischiamo di perdere le commesse dei grandi brand. Spero solo che questo nuovo sacrificio serva.

Di certo siamo in attesa del prossimo decreto dove devono essere inserite risorse per magazzini e giacenze, e per dare liquidità alle aziende e ai negozianti. Soprattutto il Governo non può sperare che a maggio e giugno tutti siano in grado di pagare le tasse. Almeno devono essere spostate in autunno. Ma non solo per chi fattura meno di due milioni di euro. Il nostro distretto non è la Fiat, ma buona parte delle imprese supera quella soglia. Qui si rischia di schiacciare tanti piccoli. Non pensiamo solo al presente, va tutelato anche il datore di lavoro che ha un solo obiettivo: ripartire per continuare a pagare gli stipendi e mantenere la coesione sociale».

 

 

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