Il Mes serve solo se lo chiudiamo e ci riprendiamo i nostri 58 miliardi, Fabio Dragoni

Il Mes serve solo se lo chiudiamo e ci riprendiamo i nostri 58 miliardi. Perché è necessario smantellare il Meccanismo di stabilità per ottenere fondi senza dover fare nuovo debito, anzi, riducendolo. Lo spiega bene su La Verità Fabio Dragoni, imprenditore, manager e giornalista economico che scrive: con i soldi si potrebbero dare 1.000 euro al mese a 5 milioni ei poveri o costruire 500 ospedali. Esiste un’opzione intelligente per utilizzare il Meccanismo europeo di stabilità in questo drammatico momento di emergenza sanitaria ed economica: la sua liquidazione.

Il centro studi Ref ha aggiornato la previsione di caduta del Pil al -8% nel primo semestre del 2020 e la Bce ha allargato i cordoni della borsa varando un programma straordinario di acquisti per far fronte all’emergenza pandemia: 750 miliardi all’occorrenza aumentabili e di cui almeno 100 riservati all’acquisto di Btp. Per chiudere il Mes invece ne servirebbero molti meno. L’Italia ha infatti versato 58,2 miliardi di euro a sostegno di altri Paesi in difficoltà che dal 2008 a oggi hanno perso talvolta l’accesso al mercato dei capitali. Stiamo segnatamente parlando di Paesi quali Grecia, Cipro, Portogallo, Irlanda e Spagna, alcuni dei quali incredibilmente additati quali esempi di economia virtuosa cui l’Italia avrebbe dovuto conformarsi secondo i vari Alberto Alesina, Francesco Giavazzi e Veronica De Romanis. La cosa in sé farebbe piuttosto ridere se non fosse che la bislacca teoria dell’austerità espansiva è stata ora spazzata via dal coronavirus.

L’ultima Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza pubblicata lo scorso ottobre riporta un dettaglio analitico a pagina 63 dei vari «sostegni finanziari» concessi all’Italia. A fronte di un debito pubblico pari a circa 2.420 miliardi, si scopre che senza questo esborso esso ammonterebbe invece a 2.362. In termini di incidenza del Pil scenderebbe quindi dal 135,7% al 132,5%. La differenza pari appunto a poco più di 58 miliardi (ovvero il 3,2% del Pil) è costituita dalla sommatoria di tre voci: uno, prestiti direttamente concessi ai Paesi in difficoltà; due, crediti erogati attraverso l’Efsf – ovvero uno strumento successivamente assorbito dal Mes – le cui obbligazioni emesse e sottoscritte sul mercato sono pro quota garantite dai Paesi membri; tre, quota di capitale del Mes già versata nelle sue casse. Con l’approvazione del nuovo Qe di importo pari a 750 miliardi, la Bce ha peraltro allargato il novero degli strumenti finanziari acquistabili. Stante questa decisione non si vede quindi cosa possa impedire alla Bce di acquistare le quote già versate nel Mes da ciascuno Stato (che per l’Italia sono 14 miliardi) unitamente ai vari prestiti erogati direttamente o indirettamente attraverso l’Efsf ai Paesi in difficoltà. Per l’Italia stiamo parlando di altri 44 miliardi.

Perché in questa fase di emergenza dove servono soldi sia opportuno – anzi necessario – coinvolgere la Bce e non il Mes lo capirebbe pure un bambino di prima elementare. La Banca centrale schiaccia un bottone e crea tutta la moneta che vuole. Non ne rimarrà mai senza. Così come un qualsiasi computer non rimarrà mai a corto di lettere e numeri da scrivere. Il Mes ha invece in cassa circa 65 miliardi ampliabili all’infinito senza tante paturnie. Dall’altra, 65, cui se ne potrebbero aggiungere al massimo 625, ovvero la quota di capitale sottoscritta e non ancora versata. Per l’Italia sono 110 miliardi. Se il direttore generale li chiedesse stasera dovrebbero essere scuciti in sette giorni. Ogni prestito che il Mes concede deve inoltre essere accompagnato da un programma di aggiustamento macroeconomico fatto di maggiori tasse e minori spese. Cioè, per finanziare l’eventuale costruzione di nuovi ospedali dovremmo chiedere i soldi (per il 17% peraltro nostri) a chi in questi anni ci ha praticamente imposto di chiuderli gli ospedali. E con il non trascurabile dettaglio che qualora l’Italia accettasse un prestito del Mes questo sarebbe regolato dalla legge del Lussemburgo anziché dell’Italia che invece si applica ai Btp. Questo significa che anche in caso di crollo dell’Eurozona, cosa ritenuta non improbabile come dichiarato due giorni fa dal ministro francese Bruno Le Maire, l’Italia sarebbe comunque costretta a rimborsare questi prestiti in euro che oggi come domani non avrà diritto di emettere. Mentre invece un qualsiasi Btp, indipendentemente da chi lo detiene – sia esso JP Morgan o la casalinga di Voghera – verrebbe ridenominato in lire in caso di Eurexit. L’acquisto da parte della Bce di tutte le quote del Mes detenute dai rispettivi Paesi, nonché dei relativi crediti erogati ai Paesi in difficoltà, non configurerebbe quindi alcun indebito aiuto finanziario. Neppure i falchi tedeschi, le cui banche sono state salvate nel 2012 grazie al fatto che il Mes anche da noi finanziato ha rilevato dai loro portafogli i crediti marci verso Grecia & Co, potrebbero proferir parola. Ciascuno Stato riavrebbe indietro quanto speso. E gli acquisti potrebbero essere condotti dalle Banche centrali nazionali. Ciascuna delle quali rileva gli asset del rispettivo Paese. Cosa si potrebbe fare con 58 miliardi? Quasi mille euro al mese per un anno ai 5 milioni di italiani in povertà assoluta oppure costruire oltre 500 ospedali. Tutte cose realizzabili senza fare un euro di debito, anzi in più, anzi addirittura abbassandolo. La domanda sorge spontanea: perché Giuseppe Conte e il Pd si oppongono?

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