Coronavirus, botta e risposta tra Borrelli e Belpietro sulla gestione dell’emergenza

Botta e risposta tra Angelo Borrelli, responsabile della Protezione civile e Maurizio Belpietro direttore de La Verità

Gentile direttore – scrive Borrelli – 1582894507807.jpg–coronavirus__protezione_civile__angelo_borrelli_commenta_le_parole_di_musumeci_sui_viaggi_in_sicilia_dal_nord (1)vorrei tranquillizzare lei e i suoi lettori sul fatto che nessuno sta combattendo a mani nude contro la diffusione del coronavirus. Quello che abbiamo davanti è uno scenario in continuo mutamento, ma lavoro al dipartimento della Protezione civile da quasi vent’anni e contrariamente a quanto da lei sostenuto in più occasioni so bene cosa significa gestire e coordinare un’emergenza. Ho seguito in prima linea tutti gli eventi che hanno richiesto un intervento immediato del sistema di Protezione civile nel nostro Paese: dal terremoto di San Giuliano di Puglia a quello di Ischia, dall’alluvione di Genova a quella di Livorno, dallo tsunami del Sud Est asiatico all’emergenza sanitaria della Sars. Rispetto all’emergenza coronavirus, tutte le istituzioni e gli enti preposti sono al lavoro giorno e notte per affrontare al meglio questa delicata situazione sulla base delle indicazioni di carattere sanitario definite dal ministero della Salute e dal Comitato tecnico-scientifico. Nel suo editoriale di ieri ha scritto che la Protezione civile ha messo in campo nuovi call center. Nulla di tutto questo è avvenuto. Probabilmente si riferiva alla recente attivazione della Centrale operativa remota operazioni soccorso sanitario (Cross): una struttura che garantisce il raccordo operativo tra le esigenze rappresentate dal territorio e le disponibilità di risorse sanitarie delle componenti e strutture operative del servizio nazionale di Protezione civile. Se una Regione dovesse somministrare cure a un numero di pazienti troppo alto rispetto alle possibilità, attraverso la Cross verranno individuati posti letto adatti alle esigenze di assistenza sanitaria nelle altre Regioni del nostro Paese. Ovviamente, questa è una delle tante attività messe in atto in queste settimane dal sistema di protezione civile. Abbiamo fatto rientrare i nostri connazionali dalle zone del focolaio in Cina. Grazie alla collaborazione delle associazioni di volontariato di Protezione civile, abbiamo verificato la temperatura corporea a oltre 3 milioni di passeggeri che sono transitati nei nostri aeroporti. Per dare un supporto concreto al sistema sanitario e allo scopo di alleggerire le attività dei pronti soccorso, abbiamo installato oltre 350 tende per il pre triage davanti agli ospedali e ai penitenziari italiani. Siamo intervenuti per reperire anche dall’estero i dispositivi di protezione individuale necessari soprattutto per il personale sanitario e i pazienti affetti dal coronavirus. Se la colpa che mi attribuisce è quella di essere un revisore dei conti, le ricordo che Giuseppe Zamberletti, giustamente considerato padre della Protezione civile italiana, era un ragioniere. Eppure al mio predecessore dobbiamo la nascita del Dipartimento all’interno della presidenza del Consiglio, l’introduzione del concetto di previsione e prevenzione distinto dalle attività di soccorso, l’organizzazione del servizio nazionale in tutte le sue componenti, la valorizzazione del volontariato e degli enti locali. A ogni modo, per quanto mi riguarda, continuerò a lavorare senza sosta per dare le risposte più adatte in base all’evoluzione dei fatti.

Caro Borrelli La-verita-belpietro– scrive Belpietro – la ringrazio per lo sforzo con cui cerca di tranquillizzare il sottoscritto e i lettori, tuttavia le devo confessare che la sua lettera non mi tranquillizza affatto, perché mi pare che lei non abbia colto il problema che ponevo ieri nel mio editoriale. Naturalmente non ce l’ho con lei, che lavora alla Protezione civile da oltre vent’anni e ci ricorda di essersi occupato dei terremoti di San Giuliano e Ischia, delle alluvioni di Genova e Livorno, dello tsunami del Sud Est asiatico e perfino della Sars. Lei ha sicuramente un curriculum di tutto rispetto nel ramo delle emergenze, e di questo gliene do atto, ma vede, quella che ora dobbiamo affrontare non è un’alluvione e neppure la conseguenza di un terremoto. Non ci sono fango da spalare, persone da estrarre da sotto le macerie, tende da campo da allestire, container da assegnare. Qui abbiamo un’epidemia da contenere e le esperienze di pronto intervento accumulate sul campo dei disastri non servono a nulla. Non lo dico io, che non ho titolo per impartire lezioni a nessuno, figurarsi a un revisore dei conti quale lei è. Lo dice il direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell’università di Padova, il professor Andrea Crisanti. Con alle spalle 25 anni di lavoro in Inghilterra e una solida esperienza sul fronte delle epidemie, Crisanti ieri ha spiegato in un’intervista a Italia Oggi che cosa finora non ha funzionato nella gestione dell’emergenza da coronavirus. «Qui servono misure straordinarie, non siamo alle prese con un’alluvione o un terremoto. Siamo alle prese con un’epidemia». Il professore ha detto in altre parole, e certo con ben altra autorevolezza, ciò che io ho scritto e di cui lei si lamenta. Lei dice di aver provato la febbre a ben 3 milioni di passeggeri che sono transitati nei nostri aeroporti e, ben sapendo che molti contagiati sono asintomatici e non hanno alcun innalzamento della temperatura corporea ma possono infettare altre persone, secondo lei ciò dovrebbe tranquillizzarci. Beh, senta cosa risponde il professor Crisanti alla domanda se serva non provare la febbre, ma fare ora i tamponi. «Ormai per i tamponi di massa è tardi. Questa operazione andava fatta su larga scala all’inizio, per fare uno screening di quanti entravano in Italia dalle aree a rischio». Purtroppo, noi, invece di ficcare il bastoncino in gola a chi arrivava dalla Cina, ci siamo accontentati di bloccare i voli da Pechino, convinti che bastasse fermare gli aerei per fermare il contagio. Risultato: oggi siamo il Paese europeo con il più alto numero di infettati. Lei mi rammenta la centrale operativa remota (cioè un centralino) e di aver piantato 350 tende davanti agli ospedali e ai penitenziari, quasi che sia sufficiente allestire un numero di smistamento delle emergenze e un accampamento per aver risolto il problema. Beh, legga qui sotto cosa pensa Crisanti delle misure di contenimento finora adottate: «Inadeguate e confuse. Io farei un’operazione molto più drastica, cinturando le regioni, come le isole, dove il virus non è ancora arrivato o dove sono pochi i casi, così da salvare le aree free e concentrarsi sulle zone ad alto rischio. Invece vedo indicazioni e comportamenti discordanti da parte dell’autorità». In conclusione, la confusione regna sovrana. Sì, l’esperto di epidemie dice che un’epidemia non si affronta così come stiamo facendo noi e spiega che o cambiamo atteggiamento, comprendendo che questa emergenza non si gestisce come un’alluvione o un terremoto, o non ce la faremo. Crisanti sostiene in pratica quel che sostenevo io nell’editoriale di ieri e che a lei Borrelli è tanto dispiaciuto. Sa come ha intitolato Italia Oggi l’intervista? «Misure drastiche o collassiamo». Sottotitolo: «Al comando solo chi sa come si contiene un’epidemia». Lei mi ribatterà: «Ma io mi sono occupato anche della Sars, che era un’epidemia». Certo, peccato che quel virus non sia mai arrivato in Italia. Ci siamo preparati, abbiamo acquistato il materiale sanitario per fronteggiare l’emergenza, ma non abbiamo avuto alcun contagio. Infine, siccome lei richiama alla memoria il padre della Protezione civile, Giuseppe Zamberletti, le ricordo che pur essendo un ragioniere, che non è certamente un titolo di demerito nel settore delle epidemie, Zamberletti aveva una qualità: si faceva aiutare dagli esperti».

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