Joshua Wong, il coraggio e la libertà (quelli veri)

Colgo lo spunto fornitomi da Francesco Borgonovo, caporedattore de La Verità che mi invita a una riflessione con il suo articolo pubblicato sul giornale. Si parla del libro di questo coraggioso ragazzo, Wong, anticomunista e cristiano. Il capo dei ribelli di Hong Kong.

«Da mesi i nostri politici di governo non fanno altro che parlarci di odio – scrive Borgonovo – … contro l’odio si creano commissioni di controllo politico e squadre speciali di monitoraggio della Rete, contro l’odio si esprime il ministro dell’Interno come se non avesse altro di cui occuparsi. … A leggere i giornali italiani sembra quasi che il dibattito politico e culturale finisca qui. Ma basta alzare leggermente lo sguardo per rendersi conto che le cose stanno in maniera molto diversa».

Il giornalista prende due personaggi a campione, diversi tra loro solo in apparenza. Due uomini che ci danno una grande lezione di realismo e coraggio. Uno è appunto Joshua Wong classe 1993, un altro è Adonis classe 1930, è il più conosciuto poeta arabo vivente. Io guardo a Wong in particolare. Ha appena pubblicato un libro per Feltrinelli intitolato “Noi siamo la rivoluzione. Perché la piazza può salvare la democrazia”.

«Già da qui si capisce quanto sia manipolato questo ragazzo dalle nostre parti» scrive Borgonovo e lo scrive perché il titolo originale dell’opera è Unfree speech” e si capisce subito che si tratta di un’opera contro la censura e la prigionia del pensiero. E bisogna chiedersi perché dunque in Italia nel titolo c’è il riferimento alla piazza, che ricorda tanto quella che sta andando in scena in questi giorni e che secondo me è una piazza che non esiste, costruita, incantata. Finta. Niente a che vedere con Wong. Basta sfogliare il suo libro. Lui non si concentra sul «pericolo populista» o sul presunto «odio». Joshua è un deciso anticomunista. La sua ribellione è iniziata nel 2010, quando aveva solo 14 anni. Ha fomentato una protesta contro le imposizioni comuniste nei programmi scolastici di Hong Kong perché il governo dichiarò che avrebbe introdotto una nuova materia chiamata “educazione morale e nazionale” il cui scopo, secondo il ragazzo, era di «indurre, senza che noi o i nostri genitori ce ne rendessimo conto, una prima generazione di cittadini di Hong Kong ad adottare un modello cinese e insegnarci ad accettare e fare nostri i principi del Partito comunista».

Quattro anni dopo, Joshua è stato fra gli animatori della rivoluzione degli ombrelli.

Nell’agosto del 2017 assieme ad altri attivisti è stato incarcerato. È tornato in carcere di nuovo nei due anni successivi. Il suo libro è un diario dal carcereLui si batte per “salvaguardare i quartieri antichi, sostenere i prodotti locali e proteggere la lingua cantonese dalla diffusione del mandarino. Si batte per la libertà di pensiero e contro il comunismo. Da cristiano, non teme di criticare il capitalismo sfrenato e le multinazionali piegate al regime cinese. «Non va in piazza contro l’opposizione né pronuncia discorsi rabbiosi con il plauso dei manager di Blackrock» scrive Borgonovo. Joshua Wong non teme le botte e la galera, continua a gridare il suo anticomunismo. E’ nemico dell’odio e della censura. Quelli veri.

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