L’arrivederci di Di Maio, un colpo da maestro

Lascia Di Maio, un colpo da maestro. Qualcuno direbbe dalle stelle al reggente ma non è questa la parabola a Cinquestelle.

A quattro giorni dal voto regionale che terrorizza il Governo dei non eletti il cofondatore del Movimento getta la spugna (si fa per dire) e parla di rifondazione. «Al nostro interno i peggiori nemici» sentenzia l’ex capo politico grillino.  Si palesa così quello che era nell’aria da mesi. Il ministro degli Affari esteri annuncia la sua decisione a viceministri e sottosegretari del Movimento 5 Stelle convocati nella sala della Biblioteca Chigiana a Palazzo Chigi.

Luigi Di Maio (foto Ansa.it)

Dopo le mazzate prese in Abruzzo, Sardegna, Basilicata, Umbria, uno scossone ci voleva per il partito partito dal basso, come si dice. Nato per aprire il parlamento come una scatoletta di tonno e finito per occupare il parlamento (che non rappresenta gli elettori). Un Movimento passato dai vaffa al volemose bene prima con Salvini poi con Zingaretti, comincia adesso a fare politica seria, prima ha giocato. Tra piroette, rimpalli, ping-pong destra sinistra adesso la reggenza passa a Vito Crimi. Perché? Perché è il rappresentante anziano del Comitato di garanzia, sia chiaro. E ricorda un po’ la Prima Repubblica, non il merito, bensì l’anzianità di servizio. A prescindere. Crimi è solo un passaggio, in vista del successore. «E’ giunto il momento di rifondarsi, oggi si chiude un’era» così Di Maio e qualche sassolino via dalle scarpe se lo toglie subito: «abbiamo tanti nemici, qualcuno che resiste e che ci fa la guerra. Ma nessuna forza politica è mai stata sconfitta dall’esterno. I peggiori nemici sono quelli che al nostro interno lavorano non per il gruppo ma per la loro visibilità. Te ne vai dal Movimento e poi continui a votare la fiducia dal Misto? Non è politica: è psichiatria».

Una mossa tattica la sua, un allontanamento necessario, nel momento in cui c’è da mettere le mani sui nodi irrisolti, da marinaio, difficili da districare.

Dopo l’elezione plebiscitaria nel 2017 il ministro degli Esteri cerca una nuova legittimazione. Ed eccolo il colpo da maestro, dopo l’accordo con Nicola Zingaretti per la legge elettorale.

Il sistema proporzionale fortifica il suo progetto. No alle alleanze strategiche con il Pd, i Cinquestelle devono essere l’ago della bilancia. Questa la linea. E ben venga il sistema mediatico in grande spolvero che prima s’inventa un Conte statista e poi le Sardine.  Terzo capolavoro adesso è il tandem M5s-Pd e da stabilire chi sarà il perno e chi la guarnizione.  Certo Di Maio con questa mossa fa buon gioco a cattiva sorte nell’assise di marzo.

Conte è una stella cadente mentre lui certo non abbandonerà il campo alla scadenza del secondo mandato.

 

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